Gli untori e la colonna infame (MI)

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La colonna infame era un monumento a memoria del processo all’untore Gian Giacomo Mora posto all’angolo tra le attuali via Gian Giacomo Mora e corso di Porta Ticinese a Milano.
Siamo nel bel mezzo di una pandemia, l’epidemia di Covid-19 che da giorni ci costringe in isolamento. Sono passati quattro secoli dalla famosa peste manzoniana; che cosa è cambiato da allora?

In chiesa, il cigolio di cardini annunciò l’arrivo di un nuovo astante. Lo scalpiccio dei suoi passi si confuse nel coro di preghiere mentre raggiungeva una panca. Pur nella penombra, sembrava un vecchio, appena ingobbito. Scelse il suo posto ma, invece di sedersi, tirò fuori un fazzoletto e strofinò la seduta.
Cosa stava facendo?
Il sospetto serpeggiò tra gli spettatori finché non si levò un grido: “Untore!”.
L’uomo non capì cosa stesse succedendo finché non si trovò circondato. Fu duramente picchiato e portato in prigione, dove morì per le percosse ricevute.
La mattina del 21 giugno 1630 era mesta e piovosa. Affacciata ad una delle finestre della sua casa in via Vetra a Milano, Caterina Rosa vide un’ombra furtiva.
Chi era quell’uomo che camminava veloce, rasente il muro, quasi a sfiorarlo?
Vestiva una pesante palandrana scura ed il cappuccio alzato ne copriva il volto. Aveva qualcosa in mano, forse un taccuino o un astuccio. Che contenesse una qualche sostanza venefica? Che quell’uomo fosse un untore?
Caterina Rosa non conosceva Guglielmo Piazza, il commissario di sanità pubblica, che quel giorno camminava veloce, cercando di ripararsi dalla pioggia. Nel taccuino annotava i malati e le loro abitazioni cercando di tenere aggiornata la mappa del contagio: a Milano c’era la peste.
Già sul finire dell’anno precedente, quando l’esercito di Lanzichenecchi era sceso su Mantova per assediarla, c’erano stati i primi sporadici focolai. Le ritennero febbri malariche, facilitate dalla situazione in cui viveva la popolazione, indebolita dalla carestia. Nulla di veramente allarmante, tanto che il governo della città non prese misure di contenimento ed anche il Carnevale fu celebrato con una bella festa.
Poi il contagio si manifestò per quello che era ed i malati e le persone sospette vennero costrette nei lazzaretti. Per paura, qualcuno nascose i malati e non denunciò i morti e la diffusione esplose a partire da maggio, complice il caldo.
Volendo scongiurare la punizione divina, i Milanesi ottennero dal cardinale una grande processione al seguito del corpo di San Carlo Borromeo. Il Santo solo un secolo prima si era prodigato curando gli ammalati e di certo non li avrebbe abbandonati adesso, nel momento del bisogno. Si ammassarono gli unici vicini agli altri, uniti in preghiera, implorando il soccorso divino. La processione toccò capillarmente tutte le vie di tutti i rioni ed il morbo fece lo stesso.
Fu una catastrofe. I cadaveri erano talmente tanti che venivano abbandonati per strada.
Tra pianti e lamenti, uno scampanellio annunciava l’arrivo dei monatti; conducevano carri nei quali i corpi erano ammassati come fantocci e portati fuori delle mura della città per essere gettati in una fossa comune e ricoperti di calce bianca.
La paura del contagio alimentò il bisogno di capire perché una simile piaga si fosse abbattuta sulla gente e questo generò il sospetto: forse tutto era causato da emissari del male che agivano secondo un proprio progetto e diffondevano il morbo. Se le streghe venivano bruciate sul rogo, gli untori non potevano restare impuniti.
Quando Guglielmo Piazza fu arrestato, aveva le mani sporche di una strana sostanza nera ed oleosa. Era inchiostro. La polizia perquisì la sua casa ed esaminò le prove a suo carico ma non trovò nulla. Allora il Piazza fu spogliato, purgato e rasato. Gli vennero spezzati i polsi e slogate le spalle. Sotto tortura, pur di porre fine agli atroci tormenti, confessò la propria colpevolezza e fece i nomi dei suoi presunti complici. Tra questi c’era anche Giangiacomo Mora, un barbiere di umili origini. Questi fu subito arrestato. Nella sua casa, sotto gli occhi attoniti della moglie e dei figli, fu trovata una strana sostanza oleosa in parte giallastra e in parte bianca. Sembrava purulenta e quindi maligna: era una prova di colpevolezza.
Durante il processo il Mora spiegò che quel preparato era il ranno, un miscuglio di cenere e acqua bollente usato per lavare i panni in assenza di sapone. Gli esperti nominati dal tribunale, nonostante molti dubbi ed incertezze dichiarano l’unguento una pozione pestilenziale atta a prolungare e diffondere la peste.
Il 27 luglio 1630, il Piazza ed il Mora furono riconosciuti colpevoli e condannati a morte.
Il 2 agosto furono giustiziati dopo indicibili torture insieme ad altri cinque imputati.
La casa-bottega del Mora fu rasa al suolo ed al suo posto fu eretta la “colonna infame” di cui scrisse il Manzoni, con una lapide in latino a denunciare l’abominio dei propagatori di peste.
Cronista dell’epoca fu il prelato Giuseppe Ripamonti, che descrisse accuratamente i fatti accaduti durante l’epidemia e l’efferata caccia agli untori.
Nel 1777 Pietro Verri raccontò questa storia nel suo saggio intitolato “Osservazioni sulla tortura”, analizzando i verbali del processo e denunciando come il ricorso alla violenza fisica e morale, oltre ad essere una pratica ingiusta e disumana, risulta inutile e dannosa ai fini delle indagini sulla verità. Le vittime, infatti, pur di salvarsi dal dolore o dal terrore del supplizio, arrivano ad inventarsi qualsiasi cosa.
Un anno dopo, nel 1778, la colonna fu abbattuta, vergognosa testimonianza del dolore che può portare la stoltezza umana.
La lapide è ancora conservata nei musei del Castello Sforzesco di Milano, per non dimenticare.

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