Sulle ali del Castello di Acquafredda (SU)

Arroccato sulla cima di un monte di origine vulcanica, nella parte sud-occidentale della Sardegna, il castello di Acquafredda è stato istituito Monumento Naturale per la sua importanza storica, culturale ed ambientale. Le numerose specie floreali e faunistiche ivi presenti e le molte leggende che lo vedono protagonista ne fanno un luogo estremamente affascinante e suggestivo.

Una stretta scaletta di legno guida i nostri passi sulla roccia viva e strapiombante; una feritoia orlata di mattoni rossi rompe la compattezza della parete fatta di pietre fissate l’una sull’altra con la malta: vista da qui la struttura sembra fragile e possente allo stesso tempo. Dopo una stretta curva a gomito riprendiamo a salire ed entriamo in una nicchia puntellata; superiamo l’ultimo tratto arrampicandoci su una scaletta di metallo e, dopo gli ultimi gradini di polvere e legno, finalmente ci affacciamo su una piattaforma panoramica. Abbiamo “scalato” l’antica torre di guardia del castello di Acquafredda a Siliqua. Sopra di noi c’è solo il cielo, dove stormi di uccelli volano liberi, disegnando complesse geometrie. Ci sentiamo liberi come loro, padroni di un mondo sconfinato, che spazia a trecentosessanta gradi sulla valle di Cixerri, sulla Marmilla e sull’Iglesiente, fino agli stagni vicini a Cagliari ed al mare. Ci sono forme fantasiose di terra rossa e giallo ocra delimitate da strade, fossati, aree ricoperte di alberi e prati e piccole zone abitate. Lo sguardo arriva ad accarezzare lontane montagne azzurrine. foto panorama dal Castello di AcquafreddaSulla destra, al di sopra del verde della macchia mediterranea, su uno sperone di roccia lavica ingiallito dai licheni, torreggiano gli imponenti resti del mastio, con un’ampia facciata alta una ventina di metri, traforata dalle feritoie e orlata nella parte superiore dalla merlatura guelfa. Un tempo era un imponente palazzo a due piani con un grande salone, le cucine e le camere da letto e con un terzo livello interrato, adibito a cisterna; era possibile accedervi solo dopo essersi arrampicati su una scaletta di legno retrattile che scendeva ad un pianerottolo tre metri più in basso, al quale si poteva arrivare solo dopo aver percorso una ripida scalinata di gradini scavati nella dura roccia, costantemente presidiata dalle guardie. L’ingresso era a gomito, per impedire agli invasori di trovare lo spazio necessario per prendere la rincorsa e cercare di sfondare con un ariete il massiccio portone d’entrata di legno e ferro. Il palazzo era capace di ospitare una guarnigione di venti soldati, occupati a pattugliare i camminamenti di ronda posti in cima all’ampia cinta muraria, che si snodava lungo i pendii ripidi e scoscesi ed era intervallata da alte torri di avvistamento poste l’una dall’altra a distanza di un tiro di freccia. Da quassù si poteva avvistare l’arrivo di un esercito nemico con due giorni di anticipo: un tempo necessario a prepararsi per un lungo assedio. Nella parte inferiore c’era il borgo vero e proprio, con piccole case costruite con una sola stanza, stalle e magazzini per le scorte di cibo ed armi. Forse c’era anche la chiesa di Santa Barbara.
I rifornimenti di acqua erano garantiti dalla presenza di numerose cisterne, realizzate con grossi mattoni ricoperti da calce bianca impermeabile; vi confluiva la pioggia convogliata da apposite canalette. Secondo qualcuno, tra le strette cavità scavate nella dura roccia e gli elementi in muratura dai quali sono state ricavate le cisterne, potrebbero nascondersi delle nicchie che custodiscono un tesoro leggendario.
Una delle cisterne era ospitata all’interno di una torre quadrangolare isolata, con un’ampia terrazza sulla sommità, ricoperta di terra e ghiaia e parzialmente foderata da un soffice tappeto d’erba. Affacciandosi tra una merlatura e l’altra si gode di un panorama suggestivo quanto selvaggio. Da qui, catapulte di legno potevano scagliare pesanti proiettili di pietra a grande distanza.
foto cisterna del Castello di AcquafreddaCon una scala di metallo è possibile scendere all’interno della cisterna con la volta a botte e le pareti inverdite dal muschio dove, molti anni fa, un bimbetto venne a ripararsi dal vento e, vedendo delle scritte sul muro, volle incidere anche il suo nome: Osvaldo. Lo fece usando una pietra appuntita e caratteri talmente grandi da occupare una parete intera. Cinquant’anni dopo, quando le attività di restauro e messa in sicurezza avevano reso questa zona facilmente fruibile al pubblico, tornò per scusarsi di quell’atto vandalico con una poesiola, oggi affissa alla parete, che suscita un sorriso e tanta tenerezza.
Il castello di Acquafredda era un sistema autosufficiente ed inespugnabile: nonostante gli assedi subiti non fu mai preso con la forza: è stata la furia del tempo, degli elementi atmosferici e della trascuratezza a farne crollare lentamente le mura, lasciando solo ruderi e macerie. Fu attribuito ad Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, dopo che, a seguito della caduta del Giudicato di Cagliari, era diventato il Signore di questa parte della Sardegna ed aveva compreso l’importanza di una fortezza militare posta a controllo della via che portava alla zona mineraria di Iglesias, dalla quale venivano estratti argento, zinco e piombo. Ammiraglio della flotta pisana nella fatale sconfitta della battaglia della Meloria, il conte Ugolino riuscì non solo a salvarsi ma anche a diventare Podestà di Pisa. Di famiglia ghibellina, il conte favorì l’ascesa dei Guelfi al comando della Signoria e per questo fu accusato di tradimento, catturato con l’inganno ed imprigionato senza processo dall’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, capo della fazione opposta. Fu rinchiuso nella torre Gualandi di Pisa insieme a due figli, Gaddo e Uguccione, ed a due nipoti, Nino, figlio di Guelfo, e Anselmuccio, figlio di Lotto, e condannato a morire di fame, senza appello.
La vicenda è arrivata fino a noi anche attraverso i versi di Dante Aligheri che, nel XXXIII canto della Divina Commedia, nel girone dei traditori della patria, immagina di incontrare il conte Ugolino immerso nel ghiaccio fino al busto e intento a cibarsi della nuca dell’arcivescovo Ruggeri. Vedendolo arrivare, il conte decide di raccontargli la sua triste storia:

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
Poi cominciò: […]
«Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i’ son tal vicino».
[…] quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ ha offeso

Il conte descrive la sua prigionia, gli stenti, la sofferenza sua e dei suoi congiunti che cerca di consolare ma, un giorno dopo l’altro, è costretto a vedere spegnersi lentamente, uno alla volta. Il suo strazio termina solo con la sua morte.

Poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno”.

Per molto tempo l’ambiguità di questo verso ha alimentato una duplice lettura: forse il conte Ugolino è morto di inedia o forse ha ceduto alla fame, arrivando a cibarsi dei suoi figli prima di morire a sua volta. Questa seconda ipotesi ha alimentato una macabra leggenda di cannibalismo che è tra le più famose nella storia.
Le vicende di Ugolino e della sua famiglia, però, non finiscono qui. Per vendicare la tragica morte del padre, dei fratelli e dei figli e nipoti, Guelfo e Lotto, unici figli del Conte rimasti in Sardegna, radunarono le truppe, si allearono ai Genovesi e mossero contro Pisa. Riuscirono a catturare Vanni Gubetta, vicario dell’arcivescovo Ruggeri, secondo alcuni suo sicario e confidente. Vanni fu imprigionato, orrendamente torturato, squartato dal tiro di quattro cavalli e infine graziato da una pugnalata alla nuca. I suoi resti furono appesi come monito proprio dalla torre di guardia del castello di Acquafredda, che da allora è chiamata anche “torre de s’impicadroxiu” (torre dell’impicco).
foto profilo torre del Castello di AcquafreddaQualcuno parla del fantasma di Vanni, altri di quelli di alcuni soldati che continuano la loro ronda senza fine, morti di freddo nel 1300 insieme ai due figli di un castellano pisano che, per non seguire la stessa sorte, scrisse una lettera al governatore di Cagliari per chiedere il trasferimento in un luogo meno rigido ed inospitale. Altri affermano che quei suoni lugubri e misteriosi, che qui si odono di notte, sono i richiami dei barbagianni e delle civette che hanno trovato, su questo antico colle di origine vulcanica e quasi incontaminato, il luogo ideale dove vivere.

Città Siliqua, Castello di Acquafredda

Provincia Sud Sardegna

Regione Sardegna

Coordinate GPS 39°15′48″N 8°49′11″E

Come arrivare

In auto: da Cagliari. Seguire la SS 130 fino a Siliqua, da dove si entra nella Strada Statale di Giba SS 293 in direzione sud. Proseguendo lungo questa strada di trovano le indicazioni per il castello e in fondo, sulla sinistra, lo si vede arroccato su uno sperone di roccia solitario; è inconfondibile. Dopo circa 4 Km si svolta in una strada laterale segnalata dal cartello marrone e si lascia l’auto nei pressi della biglietteria. Si può salire ai ruderi del castello solo a piedi; sono consigliate scarpe comode.

In treno: Stazione ferroviaria di Siliqua. Da qui è possibile proseguire a piedi o trovare un passaggio. In basso ho riportato il sito internet dedicato con i riferimenti per trovare maggiori informazioni o contatti.

Cosa visitare nei dintorni

– Cagliari
il borgo vecchio di Tratalias (SU)

Per saperne di più

È possibile trovare tutte le informazioni relative al Castello di Acquafredda ed agli eventi che lo riguardano sul sito https://castellodiacquafredda.com/

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